Settembre dicembre 2017.

Nell’autunno 2017, precisamente il 25 settembre e il 6 dicembre, si è tenuto all’Auditorium Zanon, per gli studenti del Malignani: “Ocjio”, l’evento che è giunto a superare le 120 repliche e che affronta i temi della sicurezza sul lavoro, della protezione dei posti di lavoro, della prevenzione del rischio dei lavoratori. Creato quindi per essere strumento di disseminazione dei temi  della cultura e della sicurezza sul lavoro tra gli addetti delle aziende, si è rivelato molto adatto anche a coinvolgere gli studenti delle scuole superiori in procinto di affrontare l’ingresso nel mondo del lavoro, sia per i contenuti che per il ritmo narrativo. Non un convegno, quindi, ma un evento basato su una comunicazione vicina alla teatralità, un susseguirsi di diversi linguaggi e stili narrativi che ne determinano l’efficacia informativa e che sollecitano riflessioni su una problematica da non sottovalutare a livello complessivo ed individuale.

Prima di essere un mero adempimento burocratico, la sicurezza dei posti di lavoro deve toccare la coscienza collettiva e sollecitare la consapevolezza di ognuno. L’occasione per la proposta agli studenti di 3° superiore nasce dal fatto che, a quel punto del curricolo scolastico, i giovani iniziano il percorso di alternanza scuola lavoro (ASL) e nel corso del triennio finale frequentano un ambito lavorativo come tirocinanti, e vengono calati in un ambito produttivo con proprie regole organizzative e proprie norme sulla sicurezza. Nel corso dell’anno 2017 ha preso avvio il 3° anno del percorso ASL obbligatorio e in questo modo va a regime quanto previsto dalla L. 107/15 sull’attività in azienda, con gli specifici orari per Licei ed Istituti tecnici di 200 e 400 ore. Su questa premessa si è ritenuto che l’incontro tra i ragazzi sedicenni che iniziano a frequentare il triennio finale e il gruppo di “Ocjio” fosse più che opportuno per sollecitare una presa di coscienza dei principi sulla sicurezza personale e dei luoghi di lavoro.

“Ocjio” nasce dall’idea di Bruzio  Bisignano, esperto e formatore sulla sicurezza, di rappresentare in forma di spettacolo teatrale tre diversi approcci, tre performances che si distinguono, ma anche si completano tra loro in un tutt’uno che incide fortemente sulla sensibilità e sulle emozioni degli spettatori. In apertura i ragazzi non sanno cosa aspettarsi, , sono disponibili e attenti a quel che succede.   Il primo a calcare la scena è Flavio Frigè,  grande invalido del lavoro e grande comunicatore, efficace esponente dell’Associazione Nazionale Mutilati Invalidi del Lavoro (ANMIL) che viene così ben rappresentata e appare lungimirante e previdente soggetto che investe in strategie di disseminazione sulla sicurezza verso i giovani.  Nel suo “Racconti”, emerge la storia personale narrata senza pudori, la durezza della realtà del grave infortunio subito è “un pugno nello stomaco”, la descrizione dei fatti accaduti durante l’incidente e le considerazioni sulla possibile fine di una vita ancora giovane, agli esordi nel mondo del lavoro, lasciano gli spettatori attoniti. La durezza delle conseguenze di quell’incidente sono sotto gli occhi di tutti e Flavio non fa sconti a nessuno, quello che non si vede e non si immagina viene descritto nei dettagli. E’ forte Flavio, emerge l’uomo, la condizione di chi, costretto dagli eventi a una vita difficile da accettare, specie quando si ha vent’anni o meno, subisce tutti gli effetti fisici e psicologici di tale stato, ma poi riprende il controllo di sé e delle proprie relazioni e capisce che, proprio la condivisione con gli altri, la narrazione della propria via crucis, è la strada per dare un valore a tutta la propria storia personale.

Quando oggi Flavio sale sul palco è un motivatore, è forte nel suo messaggio, riesce a catalizzare l’attenzione dei suoi interlocutori, li cattura, li prende per mano con sicurezza e li conduce al di fuori della propria sciagura, dimostra loro che anche nel dramma personale il tempo aiuta a ricostruire un percorso di vita, un desiderio di raggiungere un porto sicuro. Il gradimento dei ragazzi è palese, già a scena aperta nascono spontanei gli applausi a sottolineare i passaggi della rinascita di Flavio dopo il disastro, alla fine un applauso lungo, convinto, sollevato dalla possibilità di un esito infausto. Bravo Flavio! Hai toccato le corde giuste, il TUO pubblico ha compreso la TUA storia, si immedesima in te e non ti nasconde il suo affetto. Bravo anche a gestire la tua emotività, mai un lamento, mai l’autocommiserazione. Mi piace pensare ad un eroe greco che, conscio che il proprio destino dipende dal Fato, non rinuncia a combattere per placare la propria sete di conoscenza.

Poi scende in campo Bruzio, con “Metalmezzadri” si esce da una dimensione personale, si entra nella storia collettiva della nostra comunità regionale. A lui l’evento “Ocjio” deve una lunga e documentata narrazione della mancanza di sicurezza negli opifici del Friuli da cinquant’anni fa ad oggi, alla lenta presa di coscienza collettiva che ad ogni incidente, ad ogni morto, non si può solo piangere, si può lavorare per prevenire questo dolore. Bruzio non concede nulla al compiacimento per quanto di positivo sia stato fatto nei decenni scorsi per creare efficaci sistemi di sicurezza; lui è implacabile verso tutto ciò che ancora non sia stato fatto, verso ogni mancato tentativo di migliorare la condizione di chi lavora, verso la lentezza dei più verso gli adempimenti obbligatori, talvolta elusi, ma soprattutto lavora perché cambi la cultura di tutti sulla sicurezza collettiva ed individuale, perché ognuno osservi, rifletta e proponga migliorie al piano di sicurezza del quale fa parte.

E’ fatto così Bruzio, non si distrae un attimo dal compito che si è dato: raccogliere documentazioni dalla stampa sugli infiniti episodi di carenza di sicurezza, sui fatti di cronaca luttuosi, anche non mortali, sui tanti episodi nei quali i protagonisti sono stati lavoratori esperti colti in fallo per eccesso di sicurezza o per supponenza e farne una vicenda pubblica, una saga delle carenze, degli approcci scorretti, della malafede con cui molti protagonisti pubblici e privati hanno sottovalutato le proprie responsabilità e a volte omesso di valutare i rischi, causando morti o gravi danni ai lavoratori, a volte a cittadini inconsapevoli. La narrazione pubblica si interseca sempre con i fatti privati di Bruzio, la  frequenza scolastica al Malignani, anni passati con docenti mitici, poi il servizio militare, il cappello da alpino, sempre portato con orgoglio anche nell’entrare in una nuova officina, l’accoglienza sarcastica e disillusa di compagni di lavoro anziani alla fine del proprio percorso, come alla Safau, con colleghi mitizzati e, rivisti oggi, ormai caricaturali. Alla gente che popolava quel mondo lavorativo arcaico viene riconosciuto di aver posto le basi, le premesse per la trasformazione industriale del Friuli,  e postindustriale di oggi.

Bruzio crede di parlare di sicurezza, invece ci offre la Storia, riletta attraverso gli occhi di un testimone credibile, della trasformazione dal contesto agricolo e artigianale a quello moderno dello sviluppo economico dell’industrializzazione del nord Italia. Fasi diverse della trasformazione che hanno inciso fortemente anche sulla crescita dei diritti sindacali e sulla concezione del diritto/dovere della sicurezza. La garanzia assoluta di sicurezza sul lavoro ha come controparte l’approssimazione di chi sottovaluta, di chi omette, di chi disattende gli obblighi sacrosanti, di chi è responsabile della sicurezza altrui, sia datore di lavoro o preposto. Bruzio ci racconta anche un Paese che non c’è più, ci sollecita a guardare i rischi dei nuovi modi di produrre, non può però indicarci dove stiamo andando, quali sono i limiti da perseguire a tutela dei nuovi lavoratori, il cambiamento del lavoro è così rapido che servirà grande attenzione per evidenziare i nuovi rischi legati a nuovi modi di produrre. Ci accompagna in un percorso coerente, illustrato benissimo, logico, che lascia a chi assiste il senso di urgenza per la creazione della grande coscienza che il lavoro, bene collettivo, va difeso da tutti, anche nella scuola. Competenza tecnica e tanto buonsenso aiuteranno poi a tenere alta la soglia dell’attenzione sulle criticità da migliorare.

Infine tocca ai Trigeminus, esilaranti autori ed interpreti di “626 ridiamoci sopra ma pensiamoci su”, che gettano una luce sdrammatizzante sui personaggi interpretati, presentano in realtà un report realistico e significativo sulla condizione del lavoro e della sicurezza nelle piccole aziende friulane, dove spesso risuona il “fasin di bessoi” o “o vin simpri fat cussì”, tanto più inquietante di fronte allo stillicidio di infortuni anche gravi che continuano ad affliggere quel mondo. Si ride per la loro bravura nel restituire gli stereotipi del tipico padroncino che fa lavorare i dipendenti in carenza di un disegno efficiente di sicurezza. “Bene,… bene… e bene!!!” è il tormentone che risuona come un mantra e fa ridere e partecipare il pubblico.  Bruno Bergamasco è fantastico conoscitore dei segreti della categoria degli inadempienti, si muove con i tempi comici, sa come scaldare il pubblico dei ragazzi che partecipano con battute ad alta voce nella migliore tradizione della commedia dell’arte, accompagnando ogni volta il “Bene,…bene,…bene!!!” a voce sempre più alta e convinta e con partecipazione al testo. Mara Bergamasco, apparentemente meno esposta al ludibrio del pubblico, è bravissima a richiamare, da personaggio realistico, fiscale, il suo interlocutore, sprovveduto e non collaborativo, alle sue responsabilità. Il suo ruolo comprende in modo evidente il controllo dei tempi, del ritmo di recitazione, da vera regista, in scena aiuta il pubblico dei ragazzi a comprendere la grossolanità dell’altro protagonista recitante. I due attori, dopo 120 repliche, non mancano mai i tempi comici, padroneggiano le battute così come i tempi morti, le pause, che danno tempo al pubblico di adeguare la propria emotività allo sviluppo dei fatti narrati.  Mara e Bruno sono due perfetti interpreti, complementari e autoironici che non perdono mai il controllo del loro lavoro e della risposta dei ragazzi. Poi, finito tutto, diranno che le repliche al Malignani sono state tra le più gratificanti anche per loro perché un pubblico vivo e partecipe acuisce la loro energia recitante, la capacità comunicativa. Due protagonisti efficacissimi quindi, maturi, non sarà che la vita ha offerto loro la possibilità di fare teatro, di rappresentare in modo simbolico l’esperienza di una vita già vissuta tanto, tanto tempo fa?

Il successo delle due repliche non sarebbe stato possibile, a detta di tutti i protagonisti in scena, se non ci fosse stato un pubblico così coinvolto, attento e caloroso, cosi consapevole di avere un ruolo nello sviluppo dello spettacolo, un pubblico pronto a calarsi nei fatti più drammatici così come in quelli esilaranti, disposto ad assecondare ogni abile richiamo degli attori, sufficiente a far esplodere la risata, il buonumore, a favorire l’applauso del giovane pubblico. Il compito di “Ocjio” è trasformare alcuni importanti concetti educativi in emozioni collettive, sollecitando con tecniche diverse i molti stati d’animo fino a trasformarli in consapevolezza. I drammi che vi si raccontano sviluppano a livello individuale un senso di colpa per non aver ancora elaborato un personale approccio a queste problematiche, ma anche un senso di emulazione verso chi spende volontariamente la propria vita, il proprio tempo, ad occuparsi della sicurezza altrui senza limiti di tempo, di stagione e di orario, con la missione di far crescere la coscienza collettiva del lavoro anche come diritto alla propria salute e sicurezza.

 

Andrea Carletti

Udine, 19 02 2018